Motivazioni Romanzi Finalisti Zeno 2018


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Le motivazioni della giuria ai cinque romanzi finalisti della VI edizione del Premio Letterario Zeno.


Notizia del 31/12/2018 alle 16:41


Di seguito le motivazioni della Sezione Romanzi che hanno maggiormente colpito i giurati della VI edizione del Premio Letterario Zeno.

 

  1. Paolo Casadio, Il bambino del treno

    Nessun tempo può essere così cupo da uccidere tutte le speranze. Mi pare questo il messaggio che l'autore intende trasmettere. E ci riesce, "per lucido svolgimento" di una scrittura che riesce persino a strappare qualche lacrima. Una famiglia semplice deve sfidare le insidie del destino, in un'atmosfera tetra che si respira fin dalle prime pagine. Il contesto storico è quello del periodo più buio della storia recente, a partire dal 1935. L'autore riesce a trasmettere in che modo, da quella che sembra una semplice rozzezza iniziale, si dipana il crescente e subdolo veneficio del fascismo compiuto. Lo fa senza infarcire la storia di nozioni, fattacci, ideologie, ma facendo trasparire il processo attraverso le trasformazioni e i condizionamenti che esso provoca nei sentimenti e nelle qualità umane. I Tini di pianura devono trasferirsi per lavoro sugli appennini, dove trovano genti povere e dignitose. Lì, tra abitudini di pastorizia, trini di cavallo, cinema ambulanti e contrappesi ovali delle ferrovie nasce e cresce il loro figlio, in un'atmosfera che esalta l'importanza dei sentimenti umani e della vita a contatto con la natura, mentre dalla pianura salgono, sempre meno ovattati, gli echi del disastro che sta segnando l'Europa. L'attesa speranzosa. La paura. La trasformazione. L'appartenenza. Poi l'arrivo del treno delle deportazioni, che annuncerà il loro destino. Un dialogo tra due bambini innamorati è forse l'antidoto più bello che l'autore ci regala contro i pregiudizi della razza. Moriranno tutti, i Tini, ma dopo aver vissuto appieno. Qualche indecisione nei tempi verbali andrebbe corretta. Peccato veniale. (Roberto Scardovi)

    In questo romanzo la storia e i personaggi sono sapientemente costruiti, la voce narrante conosce quel che verrà, ma sa dosare al lettore le anticipazioni, in modo tale da invogliare alla lettura. L’ambientazione è molto ben concepita, anche rispetto alla collocazione storica. L’autore usa un linguaggio abbastanza retro da collegarsi bene ai fatti narrati. La ricerca nella lingua risulta efficace, abbastanza da favorire il calarsi in questo tempo altro rispetto al contemporaneo. (Antonella Albano)

    Innanzitutto il rispetto. Mi ha colpito l'enorme rispetto dell'autore per le sue "creature". Ruota intorno ai suoi personaggi con un volo leggero e ne vengono fuori ritratti a tutto tondo, veri e commoventi. Il rapporto tra la descrizione del piccolo gesto che sta dietro all'umano e la resa del personaggio ha una potenza quasi tolstojana. Anche il metterli "a morire" è premuroso, accanto al cagnetto. Come quando si gioca alle bambole... volendo il loro bene. Poi gli spiragli di speranza. Nel corso della narrazione, laddove la tragedia incombe, sta per accadere il peggio e all'ansia segue il colpo di scena salvifico. Ho trovato bellissimo che non sia poi l'uomo a mettere fine alla vita di Romeo e di suo padre ma la natura. Oggi si clicca diretti sul fattaccio e gli orrori sembrano ovunque, qui la lettura ci regala una boccata d'ossigeno. Ed il riscatto della vita che arriva anche dopo aver atteso a lungo. Anche quando non ci sono più gli stessi protagonisti. Stupenda la descrizione di come tutti erano "straniati" dal corso degli eventi. Un tempo era così davvero. Straziante l'arrivo degli ebrei nel treno. Ho avuto grande difficoltà nel procedere con la lettura in quel punto mi sono sentita "stuck in a moment", come dice il cantante. Avevo in testa rabbia e confusione, cercavo di non farle affiorare per proseguire: ero diventata Lucia. Tutto questo può farlo solo un grande narratore e se lo fa con l'elogio dell'umano allora la somma è un piccolo capolavoro. Storie come questa vanno diffuse e tutelate. (Cecile Tombolini)

  2. Valeria Caravella, Il maggiore dei beni

    L’autrice usa una prima persona coraggiosa, perché la forma del diario potrebbe stancare il lettore, ma invece no: il romanzo è ben riuscito perché l’evoluzione del protagonista è lenta e rispettata nei suoi tempi, inoltre, dal filtro del punto di vista dell’io narrante gli altri personaggi emergono bene, anche in modo che il lettore possa assumere una posizione straniante. Il dubbio sull’ottica del protagonista emerge infatti, senza che questo però sia sbugiardato o messo in minoranza. Il tutto risulta addirittura corale e costruito in modo che l’immedesimazione sia facile e possibile. Il lessico del ragazzino, fra borgata e genialità personale costituisce un valore aggiunto al libro. (Antonella Albano)

    Il maggiore dei beni – col suo stile semplice e colloquiale, la fluidità della narrazione, il protagonista "ultimo", fragile e borderline, l'ambientazione nelle periferie della città – ha toccato il mio cuore non solo perché Davide è uno di quei personaggi che ti si incollano dentro costringendoti a pensare a lui e a quanti come lui se ne vanno in giro nascondendosi magari dietro un'apparente benessere, ma anche perché mi ha ricordato un romanzo a me caro, La vita davanti a sé di Romain Gary. (Giuseppina Stanzione)

    Storia di un giovane disadattato ed omosessuale che cresce in una famiglia numerosa e povera. L'autrice riesce ad innescare le coscienze di chi legge narrando le innumerevoli sofferenze di colui che, appunto, si ritrova rilegato quotidianamente nella parte emarginata della odierna società. A mio parere in alcuni punti necessiterebbe di una piccola sfoltitura (lievi ripetizioni di concetti) ma nel complesso, la storia cattura ed invoglia. (Lida Nieri)


  3. Maurizio Marino, Resoconto poetico per non cadere mai

    Adoro. È il primo appunto che ho segnato durante la lettura di Resoconto poetico per non cadere mai. L'ho adorato perché molte delle farneticazioni di Leonardo Vittorini sono le mie farneticazioni; molte sue letture sono le mie letture; è un prof., ops! Preside, sognatore (in barba a tutto e tutti) che odia il sistema scuola. Di striscio, descrive l'altra Italia e parla di quegli anni Ottanta tanto osannati riducendoli alla normalità del reale e quindi smitizzandoli e mostrandomeli nella loro spietatezza. Il tutto è condito sapientemente con un'ironia quasi impalpabile e una narrazione fluida e lineare nonostante i continui andirivieni temporali tipici dei flussi di pensiero. (Giuseppina Stanzione)

    La prefazione conclude consigliando di leggere questo scritto che ci fionderà 'dentro ad un vortice poetico capace di staccarci dalle etichette': ebbene, a mio modesto parere, trattandosi di narrativa, le frasi sono troppo intrise di poesia e girigogoli fantasiosi tipicamente riconducibili a chi narra in rima. Troppo astratto, non cattura. (Lida Nieri)


  4.   Placido Di Stefano, L’antibagno

    Storia di adolescenza e depressione. L'autore dimostra abilità nel descrivere le ambientazioni al punto che pare di starci dentro, vedere i colori, sentire gli odori e i profumi, ovviamente sforzandosi nel riunire (quindi armonizzare) i suoi molteplici periodi brevissimi, talvolta composti anche da soli tre vocaboli. 
    (Lida Nieri)

    Bellissimo lo stile, suggerisce atmosfere gotiche e perturbanti che ho molto apprezzato. (Anita Pulvirenti)


  5. Danilo Cannizzaro, Patonseide

    Ne ho apprezzato l'ironia, un po' meno lo stile esageratamente complesso e autoreferenziale. (Anita Pulvirenti)

    Troppo mistico, troppo trascendentale, troppe note e parentesi, troppo corsivo con parole dialettali (credo), troppo difficile da invogliare il proseguo, insomma, troppo di tutto! (Lida Nieri)


La Redazione augura buon anno a tutti e vi dà appuntamento alla VII edizione del Premio Letterario Zeno, le cui iscrizioni partiranno da gennaio 2019.


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